E.O. Wilson nella sua opera “Sociobiologia: La nuova sintesi” (1975) descrive fenomeni sociali avanzati nelle formiche, inclusi casi in cui colonie della stessa specie formano “supercolonie” o entità unicoloniali, dove le operaie si spostano liberamente tra nidi senza aggressioni.
Le supercolonie rappresentano un livello superiore di organizzazione sociale, superando i confini delle singole colonie. In queste strutture, migliaia di nidi interconnessi coprono vaste aree, con operaie e regine che migrano liberamente tra essi, condividendo risorse e territorio senza ostilità intraspecifica.
Wilson enfatizza come questo configuri la colonia (o la supercolonia) come un “superorganismo”, dove l’individuo sacrifica il proprio interesse genetico per il gruppo esteso, elevando la fitness darwiniana a scala collettiva. Esempi includono Formica yessensis in Giappone (306 milioni di operaie su 2,7 km²) e le formiche argentine (Linepithema humile) in Europa, con supercolonie di miliardi di individui su 6.000 km di costa mediterranea.
Con questo sistema c’è la completa assenza di assenza di aggressione, perché le operaie riconoscono conspecifici non imparentati come membri della stessa supercolonia, riducendo la competizione intraspecifica e favorendo l’espansione territoriale. Molte regine possono deporre le uova in nidi multipli (polydomia), anche con bassa consanguineità (vicina allo zero). Ciò è possibile pe una bassa competizione per le risorse.
I feromoni e le interazioni locali regolano il foraggiamento collettivo, senza un controllo centrale, ottimizzando l’efficienza su larga scala.
Questo evolve da selezione di gruppo, dove la cooperazione estesa prevale sulla selezione di una rigida parentela. Ci sono però delle implicazioni evolutive, infatti Wilson argomenta che l’unicolonialità illustra i “quattro pinnacoli dell’evoluzione sociale”, con gli insetti sociali al vertice grazie a caste e altruismo. Tali sistemi dominano ecologicamente, ma riducono la diversità genetica, rendendoli vulnerabili agli invasivi.
In “Sociobiologia” Wilson usa questi esempi per spiegare come il comportamento altruista persista nonostante una bassa parentela, tramite dei meccanismi di riconoscimento olfattivo e di selezione gruppale. Secondo l’autore Le supercolonie di formiche e le società umane tribali condividono tratti sociobiologici, come la cooperazione estesa oltre la stretta parentela e la competizione tra gruppi integrati. Entrambe privilegiano geni sociali flessibili che favoriscono l’altruismo anonimo: nelle supercolonie, le operaie non imparentate condividono le risorse senza favoritismo parentale; nelle tribù umane primitive, gli individui cooperano in gruppi per la caccia e la difesa, elevando la fitness collettiva.
Wilson paragona l’integrazione chimica delle formiche ai codici culturali umani per l’identità di gruppo, creando delle unità coese contro i rivali esterni. Le supercolonie dominano eliminando le specie concorrenti; le tribù umane, da cacciatori-raccoglitori, espandono territori sconfiggendo altri gruppi. Questo porta al tribalismo, ossia a un’empatia interna e a una demonizzazione esterna, con violenza tra i gruppi innata ma mitigata da reciprocità culturali. Wilson vede nelle formiche un modello per il successo umano: i gruppi uniti vincono sugli individui isolati, da qui, ad esempio, il successo delle multinazionali.

