Nelle società contadine tradizionali, la raccolta di funghi e vegetazione spontanea rappresentava un’integrazione alimentare fondamentale, spesso cruciale per la sopravvivenza durante periodi di scarsità. Questa pratica forniva nutrienti essenziali, vitamine e proteine alternative a basso costo, integrando diete basate su cereali, legumi e pochi animali da cortile. Oggi questa cultura si sta perdendo per l’urbanizzazione, per l’industrializzazione alimentare e per varie regolamentazioni, con un declino della trasmissione generazionale del sapere etnobotanico.
La raccolta di funghi, di erbe selvatiche, di frutti e di piante spontanee era vitale nelle economie rurali preindustriali, specialmente in un’Europa mediterranea come l’Italia. I contadini sfruttavano l’”incolto”, i boschi, i pascoli e i margini agricoli per reperire alimenti gratuiti come porcini, finferli, asparagi selvatici, cicoria, malva, tarassaco… che compensavano carenze proteiche e vitaminiche. Questa attività non era solo subsistenziale ma anche culturale, tramandata oralmente e legata a calendari stagionali, contribuendo alla biodiversità locale attraverso una gestione sostenibile del territorio.
I funghi fornivano proteine, fibre e minerali rari in diete povere di carne, mentre le erbe spontanee aggiungevano antiossidanti e rimedi medicinali. Nelle comunità appenniniche o alpine, come in Piemonte, rappresentavano fino al 20-30% dell’apporto calorico estivo e autunnale per alcune famiglie, riducendo la dipendenza da colture fallimentari. Economicamente, eccedenze si vendevano nei mercati locali, sostenendo microeconomie agro-silvo-pastorali prima del crollo di questo modello.
L’industrializzazione post-bellica ha promosso monocolture e supermercati, rendendo superflua la ricerca spontanea e favorendo cibi processati standardizzati. L’abbandono rurale ha eroso la fascia di transizione tra campi e boschi, ricca di biodiversità, mentre le normative sulla raccolta dei funghi (tesserini, limiti) hanno scoraggiato i non esperti, spesso mossi da lucro illecito. Inoltre, l’invecchiamento demografico rurale interrompe la trasmissione del sapere: i giovani migrano in città, perdendo il contatto con il bosco e le tradizioni.
Il declino ha ridotto la cura del sottobosco, favorendo gli infestanti e la perdita di biodiversità, con i castagneti abbandonati che amplificano il problema. Oggi, raccolte amatoriali calpestano suoli senza effetti duraturi sui funghi, ma l’assenza di pratica diffusa minaccia gli ecosistemi fungini, chiave per il carbonio e per la salute forestale. Socialmente, si perde un patrimonio immateriale di resilienza alimentare, sostituibile solo parzialmente da prodotti bio commerciali.
Nelle federazioni di gruppi sociali viene valorizzato ogni spazio del territorio comunitario, compresa la raccolta di funghi e di vegetazione spontanea commestibile, insegnando e tramandando la generosità della natura.

