Tutte le rivoluzioni violente che hanno stravolto i sistemi politici, come quella Francese (1789), quella Russa (1917), quella Cinese (1949) o quella Cubana (1959), hanno sostituito l’élite al potere ma hanno preservato la logica della competizione. Questa dinamica si manifesta in lotte per le risorse, in gerarchie interne ai nuovi regimi e nelle rivalità geopolitiche che sostituiscono il vecchio ordine senza abolirlo.
Con la rivoluzione francese si passa dalla monarchia alla repubblica, ma si genera la competizione tra i Giacobini e i Girondini, culminando nel Terrore e nel nascente imperialismo napoleonico. La rivoluzione russa sovverte lo zarismo con il bolscevismo, ma instaura le competizioni staliniane per il potere con le “purghe”, evolvendo in una corsa armata con l’Occidente. Nella rivoluzione cinese Mao sostituisce il nazionalismo con il maoismo, ma le fazioni interne (Guardie Rosse) e la rivalità con URSS mantengono la dinamica competitiva.
I nuovi sistemi, anche ideologicamente collettivisti, replicano delle gerarchie umane proprie del sistema di competizione. Le élite rivoluzionarie competono per il controllo, eventuali risorse scarse favoriscono la rivalità, anche con l’esterno (capitalismo o potenze rivali). Sono gli stessi confini nazionali che impongono la competizione per la sopravvivenza. Per spezzare radicalmente la competizione non è dunque necessario ribaltare un sistema di governo, ma sono necessarie transizioni non violente ma organizzate.
Nel romanzo viene appunto descritto un metodo, che di per sé è già rivoluzionario, ma che non implica alcuna contrapposizione al potere economico e politico, né formale né sostanziale. Paradossalmente si ipotizza la collaborazione con il sistema competitivo che si vuole superare. Solo in questo modo si potrà evadere la logica della competizione.

