Il potere centrale tende a essere indifferente ai cambiamenti utili delle masse perché privilegia il mantenimento del controllo e la gestione di grandi equilibri astratti, ignorando spesso le innovazioni spontanee che emergono dal basso.
Le autorità centrali si concentrano su obiettivi di scala nazionale o globale, come stabilità macroeconomica o uniformità normativa, che mal si conciliano con adattamenti locali incrementali. I cambiamenti utili, come nuove pratiche agricole o associative nelle comunità rurali, vengono trascurati se non producono impatti immediati visibili a livello statistico o non richiedono la loro mediazione. Questo genera un divario: mentre le masse sperimentano soluzioni pratiche per imitazione, il centro resta focalizzato su politiche che impongono standard uniformi, spesso inefficaci sul territorio.
Le decisioni prese da élite lontane dai contesti quotidiani generano una burocrazia inerte delle istituzioni, che ignora i segnali deboli di successo locale, preferendo iniziative ad alto profilo mediatico. Con la centralizzazione del potere le risorse e le legittimità fluiscono verso il vertice, rendendo marginali i piccoli ma continui cambiamenti utili che non passano per canali ufficiali. Inoltre le innovazioni diffuse per imitazione comunitaria minacciano i monopoli statali o gli interessi privati consolidati, inducendo passività o ostilità indiretta.
Questa indifferenza amplifica il risentimento popolare, spingendo le masse a soluzioni autonome ma frammentate, senza scalabilità. Ad esempio includono movimenti di risparmio energetico locali diffusi per emulazione tra i vicini, che sono ignorati da politiche energetiche centrali che privilegiano sussidi a grandi impianti. Per invertire la tendenza, serve una decentralizzazione e riconoscere e amplificare i successi imitativi locali per integrarli organicamente, favorendo resilienza diffusa anziché dipendenza.

