La lotta biologica è una tecnica di controllo dei parassiti che sfrutta antagonismi naturali tra organismi viventi per limitare le popolazioni di specie dannose, soprattutto in agricoltura. Utilizza predatori, parassitoidi, patogeni o antagonisti per mantenere i fitofagi sotto soglie di danno, senza eliminarli completamente, favorendo l’equilibrio ecologico.
I metodi principali sono: la classica, ossia l’introduzione di nemici naturali esotici contro i fitofagi invasivi. La inundativa, con la liberazione massiccia e periodica di antagonisti autoctoni. Per conservazione, vale a dire con la protezione di antagonisti già presenti nell’ambiente.
La lotta biologica in agricoltura riduce l’uso di pesticidi chimici, promuove la biodiversità e offre un controllo a lungo termine.
Ogni fitofago nell’ecosistema ha di solito un nemico naturale. Possiamo fare alcuni esempi specifici. La cocciniglia australiana (Icerya purchasi) viene controllata con il coleottero Rodolia cardinalis, introdotto in California e efficace anche in frutteti mediterranei, riducendo drasticamente le popolazioni dannose.
Contro il cinipide galligeno del castagno (Dryocosmus kuriphilus), si liberano parassitoidi come Torymus sinensis, che depongono nelle galle riducendo il danno fino al 90% in Piemonte e altre regioni italiane. Su vite, parassitoidi combattono tignole (Lobesia botrana) e acari fitofagi (Panonychus ulmi). Su melo e pero, fitoseidi controllano acari tetranichidi, mentre trappole e parassitoidi gestiscono la carpocapsa.
In Italia, l’introduzione di nemici naturali alloctoni per la lotta biologica è regolata da normative UE e nazionali che mirano a prevenire rischi per la biodiversità, come il Regolamento UE 1143/2014 e il D.Lgs. 230/2017. Per specie non indigene, serve l’approvazione del Ministero della Transizione Ecologica (MiTE), con domanda accompagnata da valutazione del rischio, caratteristiche della specie, periodo e zona di rilascio. L’autorizzazione è rilasciata solo se non emergono impatti negativi significativi. Possono esserci poi procedure regionali con le amministrazioni competenti che valutano progetti di introduzione, inclusi studi di fattibilità ecologica e sociale; in aree protette, intervengono enti parco o ISPRA per verificare l’assenza di effetti collaterali.
Le specie autoctone o già autorizzate per uso fitosanitario seguono regole MAPA (Ministero Agricoltura) per importazione e produzione; ogni liberazione richiede un monitoraggio dopo l’introduzione.

