Negli esseri umani esiste la predisposizione genetica alla socialità di gruppo, forgiata nell’adattamento evolutivo nel paleolitico con bande cooperative di meno di cento individui, ed è radicata nel nostro DNA attraverso tratti come l’ossitocina e meccanismi neurali per empatia e reciprocità, spingendo istintivamente verso collaborazioni attive nonostante i contesti moderni culturalmente divisivi.
Sono molti gli esempi a proposito, come gli Esseni già nel secolo avanti Cristo. Erano comunità monastiche ebree, che vivevano in gruppo con proprietà comune, lavoro agricolo condiviso e regole rigide di mutualismo, con struttura sociale egualitaria e con spiritualità collettiva. I monaci benedettini e cistercensi, dal sesto secolo dopo Cristo, applicarono “ora et labora”, bonificando terre con agricoltura cooperativa, granai comuni e autosufficienza, diffondendo tecniche in Europa. Soluzioni simili anche in Oriente con i monaci buddisti.
Ci sono attualmente progetti comunitari che ricreano mutualismo agricolo con orti condivisi, formazione e reti locali per biodiversità e inclusione. La RIVE, fondata nel 1996, è un’associazione che collega ecovillaggi italiani (circa 23 su 89 al 2017), promuovendo modelli abitativi sostenibili basati su autosufficienza ecologica, condivisione risorse e cooperazione sociale, parte del Global Ecovillage Network. Questi villaggi sperimentano agricoltura rigenerativa, energie rinnovabili e governance partecipativa, riecheggiando dinamiche egualitarie ancestrali ma adattate a sostenibilità moderna.
Nonostante viviamo in un’epoca e un sistema culturalmente divisivo ci sarà sempre la spinta alla cooperazione e alla condivisione, perché è nel nostro DNA, che fortunatamenter non si modifica al ritmo dei cambiamenti culturali.

