L’età di 18 anni rappresenta una “approssimazione” pratica per definire quando una persona può acquisire pienamente diritti e responsabilità civili, anche se la maturità individuale può variare. Ad esempio, l’età di 18 anni come soglia di maggiore età in Italia è stata stabilita per legge il 6 marzo 1975, quando il Parlamento ha abbassato la maggiore età da 21 a 18 anni. Questa decisione è stata presa per uniformare i diritti civili e politici, come il diritto di voto e la capacità di stipulare contratti, a un’età considerata simbolica e pragmatica, che segna il passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta dal punto di vista legale.
La scelta di basare la maggiore età su un’età anagrafica e non su un indice di maturità psicologica o biologica è dovuta alla necessità di avere un criterio certo, semplice e universale, facilmente applicabile a tutta la popolazione, indipendentemente dalle differenze individuali di sviluppo. Un indice di maturità sarebbe soggettivo e difficile da uniformare legalmente, mentre l’età anagrafica è oggettiva e immediatamente verificabile.
Questo metodo può essere superato nelle federazioni di gruppi sociali per le piccole dimensioni demografiche delle comunità, sia perché tali comunità sono suddivise in gruppi sociali di meno di un centinaio di persone, perciò è facile verificare il reale grado di maturità dei giovani. Non esiste quindi un limite di età per essere giudicati maggiorenni, ma la dimostrazione di consapevolezza e responsabilità. Poiché nelle federazioni la maggiore età consente di farsi una famiglia, i giovani sono stimolati a dimostrare il loro grado di maturazione, ossia un incentivo ad accettare e applicare le regole della comunità.

