“A mali estremi estremi rimedi”, afferma un vecchio detto popolare. L’economia del nostro sistema economico è fondato sullo spreco di risorse e di energia, che sta mettendo a dura prova la salute del pianeta e dei suoi viventi. Se le cose progredissero su questa strada l’epilogo sarebbe drammatico e non reversibile, perciò sarà indispensabile un’inversione di tendenza che miri al risparmio di energia e di risorse. Ciò vale anche per l’ottimizzazione delle strutture abitative e delle infrastrutture. In questo il sistema competitivo è estremamente contraddittorio: da un lato tende a concentrare sempre più popolazione in enormi e spesso caotici agglomerati urbani che crescono sia in larghezza che in altezza, dall’altro lato tende a occupare suolo fertile con isolate abitazioni famigliari o strutture commerciali. Sia in un caso che nell’altro si è lontani da un utilizzo ottimale delle risorse in base alle esigenze umane.
L’ideale sarebbe concentrare un determinato numero di abitanti in strutture abitative e polifunzionali (ossia al cui interno ci siano anche servizi essenziali che nel sistema di competizione sono di solito lontani dall’abitazione) con un proprio territorio di pertinenza, che possa garantire l’autosufficienza alimentare, energetica e dei servizi essenziali. A conti fatti (per motivi che verranno descritti in specifici articoli) meno di duemila persone potrebbero garantire la succitata autosufficienza. Le abitazioni e le infrastrutture di un attuale comune europeo, di poco meno di duemila abitanti, sono sparse su buona parte del territorio comunale. Se concentrassimo questa popolazione in una struttura abitativa e polifunzionale, antisismica, antincendio e insonorizzata per garantire la privacy alle famiglie e agli individui, tutto il resto del territorio potrebbe essere utilizzato per la produzione alimentare e per la riforestazione. Si otterrebbe il massimo dell’efficienza con il minor dispendio di energia e di suolo.
Convivere con quasi duemila persone probabilmente non è il sogno nel cassetto della maggioranza delle persone, ma bisogna considerare che questo modo di ragionare è frutto del condizionamento culturale indotto dalla competizione economica, che vede gli altri come rivali anziché potenziali competitori.
La “grande casa comune”, descritta nel romanzo, è appunto una costruzione polifunzionale, altamente tecnologica, antisismica, antincendio, insonorizzata per garantire la privacy, dove si pratica la condivisione totale e la massima cooperazione, dove possono convivere in modo efficiente e meno dispendioso poco meno di 2000 persone.
La struttura è formata da una ventina di piani, alta in totale una sessantina di metri, lunga circa duecentocinquanta e larga sedici. E’ in parte ricoperta di pannelli fotovoltaici ed è orientata a sud affinché si possa trarre la massima illuminazione solare. Non è solo una struttura abitativa, perché al suo interno ci sono infrastrutture che permettono l’autosufficienza nei servizi essenziali. Tecnologie digitali facilitano la comunicazione collaborativa e la gestione condivisa degli spazi e servizi. Gli spazi comuni come cucine comunitarie, sale da pranzo, lavanderie, aree ricreative, sono ben progettati per favorire la condivisione di risorse e ridurre i costi di gestione.

